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Le remote origini di Inzino

Quando intorno al 400 a.C. i Celti - chiamati dai Romani Galli – discesero la pianura del Po, spingendosi nelle loro scorrerie in profondità delle valli bresciane, incontrarono tenace resistenza da parte di alcune popolazioni, identificate dagli storici antichi e moderni con i Reti.

Della remota origine e della natura di queste genti ci parla Livio nel libro V delle Storie, quando le dice discese dagli Etruschi e le presenta <<… talmente inselvatichite tra le vallate d’aver conservato dell’antica civiltà nulla, tranne il linguaggio ed anche quello storpiato>>.

Gli storici più moderni quali Niebuhr, Mommsen, Pareti, pur con qualche incertezza, data la scarsità di reperti archeologici decisivi, rifacendosi ancora al passo di Livio, considerano i Reti come le attardate retroguardie degli Etruschi, scesi dalle Alpi, in marcia verso l’Italia centrale.

Il Laeng, basandosi sulla linguistica e toponomastica conservata, individua tra queste popolazioni anche i Triumplini che abitavano la pianura soggiacente le Alpi Retiche e le valli che in esse penetravano. Anzi le chiama espressamente << tribù montane autoctone preesistenti nelle valli scendenti dalle Alpi Retiche stesse >>.

Tra le varie tribù galliche si stanziò nel territorio tra l’Oglio e l’Adige quella dei Cenomani.

I Romani strinsero successivamente con questi un patto d’alleanza e se ne servirono per spaccare il fronte dei Galli e domare le tribù celtiche cisalpine e transalpine che non si erano ancora rassegnate alla supremazia di Roma.

Non ci pare quindi ardito pensare che agli stessi Cenomani fosse stato affidato il compito di contenere le tribù montane delle prealpi e della stessa Val Trompia, capaci di compiere feroci incursioni.

I contatti tra le due popolazioni furono inizialmente e per lungo tempo bellicosi; ma quando nel corso del II secolo a.C. i Cenomani, ritiratisi dalla pianura per effetto della romanizzazione e rifugiatasi ai piedi delle Alpi, vennero in più stretta vicinanza con le genti delle valli, queste appresero ed assorbirono gli usi ed i costumi delle popolazioni celtiche.

Nell’89 a.C. venne promulgata dal console Pompeo Strabone una legge << lex Pompeia de Gallia citeriore >> , che allargava ai popoli Transpadani lo << ius Latii >> o << latinitas >>, cioè riconosceva loro in premio dalla fedeltà mostrata a Roma durante la guerra sociale (90-88), quegli speciali diritti che fino allora spettavano alle città latine.

Tra gli antichi alleati ai quali fu concesso il diritto latino, furono i Cenomani, il cui centro abitato divenne << colonia Brixia >>, mentre i distretti montani furono aggregati alla vicina colonia.

Sappiamo, per esplicita testimonianza di Plinio , che i Triumplini si trovarono nella condizione di << gentes adtributae >> e tali rimasero quando nel 49 a.C. Brescia divenne comune di cittadini romani << municipium civium Romanorum >>.

La popolazione della nostra valle e di quelle limitrofe, tuttavia, continuò a ribellarsi finchè i due figliastri di Augusto, Druso e Tiberio, la domarono definitivamente con la guerra retica (15 a.C.).

Tale impresa bellica venne celebrata dal poeta Orazio il quale, per esplicito desiderio di Augusto, secondo quanto afferma Svetonio, dedica due odi, la IV e la XIV del libro IV, ai vincitori.

A Silio, legato d’Augusto, toccò, con molta probabilità, sottomettere i Triumplini che compaiono, primi nell’elenco, con ben quarantacinque << gentes devictae >>, nell’iscrizione del famoso trofeo delle Alpi o della Turbia, al di là del confine italo-francese sopra Monaco, sulla via Mentone-Nizza.

Da questo momento i Trumplini, nominati da Plinio come << venalis cum agris populus >> diventano un valido aiuto per Brescia.

Infatti la Val Trompia con l’allevamento di ovini e con le miniere di ferro forniva alla città non solo una parte dei mezzi di sostentamento che le occorrevano, ma anche le materie prime la cui lavorazione e trasformazione dava utensili metallici di ogni genere.

Inoltre la presenza di iscrizioni di Trumplini e di Sabini in onore di Druso, rivela come le valli alpine fossero aree normali di reclutamento di truppe.

Dione Cassio spiega il reclutamento presso i Rieti, debellati anch’essi nel 15 a.C., in tal modo: << trattandosi di popolazioni numerose, che, a quanto pareva, non nutrivano intenzioni pacifiche, Druso e Tiberio portarono via la maggior parte e i più forti dei giovani, lasciando nel paese il numero sufficiente a coltivarlo >>.

Probabilmente lo stesso motivo condusse al reclutamento dei nostri valligiani i quali nel servizio militare trovarono non soltanto un’attività consona al proprio temperamento fiero e bellicoso, ma anche un mezzo atto a procurarsi, dopo lunghi anni di servizio, un certo benessere e determinati privilegi che consentivano una graduale ascesa nella vita sociale.

A questo periodo si riferiscono anche le iscrizioni, quasi tutte di carattere religioso, trovate ad Inzino presso l’attuale chiesa parrocchiale ed ora conservate al museo Romano di Brescia.

Una di queste riporta, al centro della faccia anteriore di un’ara, la parola << TULLINO >>, facendoci pensare alla dedica ad una divinità locale, non essendo tale nome riscontrabile altrove. Infatti, secondo il Falsina, TULLINUS sarebbe la sintesi di Marte e di Vulcano della mitologia classica e potrebbe definirsi << il dio delle armi e del ferro, eloquente personificazione di questi antichissimi valligiani, come lui, mezzo fabbri e mezzo guerrieri >> .

E i resti di antiche mura romane su cui furono eretti, secondo il Cominassi, l’attuale parrocchiale e canonica di Inzino, potrebbero essere gli avanzi di un tempio proprio dedicato a Tullino. Questo centro religioso e, sicuramente anche commerciale, come ci fa supporre la lapide votiva al dio Mercurio, rinvenuta anch’essa presso la chiesa parrocchiale, di certo corrispondeva ad un << pagus >> dei Galli Cenomani, divenuto in seguita, con i Romani, << Pagus Iulius >> .

Ad Inzino, quindi, affluivano gli abitanti del contado, i così detti << pagani >>, per partecipare ai sacrifici ed alle assemblee, per vendere ed acquistare.

L’importanza del centro permase se nel secolo VI d.C.. attorno ad << pagus >> nacque la pieve cristiana che trasformava la << plebs >> del contado in << plebs Dei >>, cioè nella comunità del popolo di Dio.

La pieve di Inzino, denominata negli antichi documenti << Plebs Sancti Georgii de Incino >> era una delle poche e vere parrocchie dei primi tempi; comprendeva sotto la sua giurisdizione il territorio da Pregno a Brozzo, con le vallette di Lodrino, Gombio e Lumezzane; aveva redditi propri costituiti da fondi, censi, decime e prestazioni.

Presiedeva quindi anche alla vita religiosa di Gardone, sorta come << guardia >> della pieve contigua.

Solo molto più tardi, a causa dello sviluppo demografico ed economica di Gardone, cui seguì l’autonomia religiosa, Inzino recederà dalla sua originaria posizione di preminenza.

 

Tratto da ANTOLOGIA GARDONESE a cura del Dott. Giovanni Zucca. M. Angela Sabatti Zoli