![]() |
||
|
|
Chiesa Parrocchiale S. Giorgio Inzino |
|
Chiesa Parrocchiale S. Giorgio Inzino
|
Pieve e Plebana sono due titoli storici di onore, ereditati
dall'antichità da poche tra le molte parrocchie delle diocesi della nostra
Italia. L'avvento della pace cristiana all'inizio del sec. IV muta, circa la
religione, lo stato delle cose. Il cristianesimo, già precedentemente
penetrato nei centri urbani per opera di mercanti e viaggiatori,
specialmente ebrei, fortemente si sviluppa e meglio si organizza. Questo
sviluppo però è collaterale al decadere politico di Roma e al disgregarsi
del culto politeista: Costantino a Milano, nel 313, emana l'editto di
tolleranza, e, verso la fine del secolo, Teodosio ordinerà che i templi
della religione pagana si chiudano e si convertano in chiese o si
distruggano. Le città abbondano di cristiani e di basiliche, ma fuori nei
minori centri abitati ancora durano gli avanzi della religione romana. I
Vescovi, solleciti di convertire queste più dislocate popolazioni, si fanno
missionari irradiando dalle città fino all'estremo dei confini diocesani
un'opera di cristianizzazione. E' proprio circa il VI secolo che,
conquistate le genti rustiche del contado, appaiono qua e là le prime
parrocchie dette pievi: organizzazione giuridica in servizio della comunità
di battezzati detti << plebe di Dio >>. Pieve è dunque la chiesa battesimale
dell'alto medioevo, matrice di altre minori del distretto. Vi presiede un
arciprete con un clero plurimo e patrimonio comune; e, come appare dalle
fonti giuridiche, vi era un clero obbligo di fare scuola. Questo sistema
organico si manifesta anche presso di noi nel territorio bresciano, come
dimostrano le specifiche trattazioni di alcuni nostri scrittori, quali
Gabriele Rosa, Paolo Guerini, e Luigi Falsina. Gabriele Rosa scrive: << Già prima del Mille nella Diocesi Bresciana si erano istituite cinquanta chiese plebane "Nella Valle Trompia le pievi di Concesio, di Inzino, di Lumezzane e di Bovegno..... Gardone era vassallo di Inzino ". La massima parte delle chiese plebane primitive vennero a varie riprese ingrandite o ricostruite nel sito medesimo lasciando nulla o quasi nessuna traccia dell'umile forma primitiva >>. Mons. Paolo Guerini scrive: << La Val Trompia aveva tre pievi, Concesio, Inzino e Bovegno, onde il nome di vallis triumplebium, probabile etimo di triumpia. La pieve della valletta di Lumezzane è di formazione più recente e si staccò dalla pieve centrale di Inzino che comprendeva il territorio da Pregno a Brozzo con le vallette laterali di Lumezzane, Gombio e Lodrino >>. Mons. Luigi Falsina scrive: << Dal sec. IV al XV la plebes Sancti Georgii di Inzino presedette in pieno la vita religiosa gardonese, consentendovi ovviamente all'inizio solo un semplice chiericato con una cappella primitiva, ed in seguito assegnandovi forse un suo cappellano >>. Doveva pur essere ben importante questo centro di Inzino nella antichità, se tutti gli storici ce lo descrivono come luogo, fra tutti gli altri della valle, emergente per età. Sei lapidi romane di cui parlano gli archeologi bresciani e Teodoro Mommsen, fasciavano i muri di questa veneranda parrocchiale (C.I.L., V, Inzino). Facendosi opera di restauro alla casa parrocchiale, attorno al 1950, si rinvenne un muro fortissimo in direzione est ovest dallo spessore di mt. 2,50 circa, emergente da terra circa mt. 2, di cui nell'orto ancora appare avanzo. La malta di tale massiccia muraglia è durissima e farebbe proprio capire di essere quella di una costruzione romana. I manoscritti di Marco Cominasso ci vogliono far credere che chiesa parrocchiale, campanile e canonica di Inzino sorsero sulle basi degli avanzi di un fortissimo precedente castello romano munito di tre torri. Forma e datazione della chiesa attuale Su base cruciforme a tre navate con cappella centrale meno profonda sorse in un lontano tempo la chiesa parrocchiale si S. Giorgio dal leggero ed elegante portico antistante. La Storia di Brescia (II p. 881 e 882) assegna a tale chiesa una sua datazione, attribuendola decisamente al XVI sec. Tale cronologia però contrasta con alcune indicazioni che ci forniscono gli atti delle visite pastorali dal Bollani in poi. Nel 1580 infatti S. Carlo ordina che si prolunghi la cappella centrale e che si elevi la sacrestia; che si trasporti il battistero all'altare della Concezione con altre modifiche. E' impossibile pensare che S. Carlo determini tali importanti opere a una chiesa dello stesso suo secolo, direi anche giovane; né questo si effettuò subito, perché il Vescovo Marino Giorgi nel 1606 facendo la visita, ripeté le stesse ordinazioni. Nell'anno 1610 Grazio Cossali di Orzinuovi dipingeva la Concezione della Vergine fra i Santi Vito e Modesto: negli atti della visita è scritto: << Di due altari se ne faccia uno solo unendovi i titoli della Concezione e dei Santi Vito e Modesto >>. Nel sec. XV la chiesa aveva sei altari: S. Giorgio nella cappella centrale e ai lati gli altari della Concezione, del Corpus Domini, dei Santi Vito e Modesto, di S. Lorenzo e di S. Rocco (diverso da quello dell'oratorio a sé stante trasformato poi in immobile urbano). I muri laterali della chiesa con le finestrine di romanica forma dovrebbero essere anteriori al XVI secolo. Il campanile, di massiccia costruzione, è poggiato su base molto antica ed era stato progettato più alto e già erano sul luogo materiali per la costruzione, ma parte di questi furono poi usati, durante la tremenda alluvione del 31 agosto 1757, per riparare case civili. Vi è un bel concerto di campane in re minore del peso complessivo di oltre 30 quintali. L'organo è un dono del testatore Arciprete Don Francesco Stornati (1660) che provvide anche a lasciare i fondi perché vi fosse il compenso a un Sacerdote organista. Di questo fa memoria una lapide infissa nel muro occidentale della chiesa vicino alla porta di ingresso. Consacrazione e interno della chiesa Gli atti della Visita del Vescovo Bollani, scritti nell'anno 1573, dicono che la chiesa plebana di S. Giorgio in Inzino è consacrata con tutti i suoi altari. L'altare maggiore, sostituito più tardi, venne consacrato da Vescovo Morosini l'11 ottobre 1652. Sull'architrave della porta che mette in sacrestia venne incisa questa iscrizione: << Dedicationis huius Plebis celebratur dominica III novembris >>. L'interno di questa chiesa contrasta con la semplicità dell'esterno e ci immette decisamente in una atmosfera che vuol essere elaborata e grave, del tutto coerente con i dettami della << controriforma >>. Tuttavia, a ben guardare e sfrondando con la mente le sovrastrutture e decorazioni, ci si accorge come il barocco, che anche in questa chiesa come in molte altre, non si che un arrangiamento esteriore incrostato sopra un'ossatura muraria che sa tanto di nostrano e di più antico. La decorazione pittorica è moderata e modesta, ma tutta barocca. La cupola, che sorge sul quadrato del presbiterio, è decorata con un medaglione centrale dipinto da cui dipartono dei motivi geometrici che ne esaltano la presunta sfericità. Alla base della cupola, sopra i quattro pennacchi che la sorreggono, sono dipinti i quattro evangelisti: queste figure appaiono, anche da lontano, colorite, energicamente chiaroscurate e anche bene illuminate da due lunettoni a giorno che le affiancano. Lungo la volta della navata centrale, equidistanti dal grande arco traverso, due medaglioni raffigurano rispettivamente i simboli del << pellicano >> e dell' << agnello >>, attorniato da angioletti che giocano sulle soffici nubi colorate. Per il resto la decorazione si esaurisce in gentili commenti alle forme architettoniche. Attorno all'Altare del Santo Rosario, lungo una striscia che gira seguendo tutta la curvatura della volta, si trovano quindici medaglioni ovali, abbastanza grandi, legati tra loro e rappresentanti i << Misteri >>. Sono scene ricche, complete e intonate a composta religiosità; purtroppo il luogo scuro e umido non favorisce né la buona conservazione né la buona visibilità dei dipinti. La chiesa possiede alcuni interessanti quadri a olio. In primo luogo la pala dell'altar maggiore, incastonata nel cromatismo euritmico dei marmi, raffigura il martirio del Patrono San Giorgio, centurione nell'esercito di Diocleziano Imperatore, della cui persecuzione fu vittima nell'anno 300. Lo stile del quadro richiama il periodo del << manierismo >> veneto tardo rinascimentale. Altre due grandi tele, poste ai lati del presbiterio e recentemente restaurate, presentano dei colori fin troppo brillanti. Una è quella del Cossali già citata; l'altra tela, anch'essa divisa in due zone, presenta in alto una Madonna col bimbo e angeli, in basso, San Carlo in paludamenti cardinalizi e una santa martire, molto elegante nell'arabesco dei suoi broccati. Vi è un'altro quadro, sopra la navata nord, poco in luce ma nobile e degno di attenzione; è forse una cinquecentesca pala d'altare che rappresenta un << San Lorenzo diacono >>. Ora è racchiuso entro una pesante cornice a muro che di certo non lo valorizza. Gli altri quadri da cavalletto sparsi per la chiesa hanno tutti un'impronta barocca. L'arredamento ligneo di questa Parrocchia è meritevole di considerazione. I vari altari con le loro soase scolpite e dipinte, il pulpito di classica eleganza, i due confessionali magnificamente intagliati formano con l'organo, monumentale e bello, e con il pregiatissimo mobilio della sacrestia, un insieme di arte minore degno della più seria tradizione in questo campo. Purtroppo la Parrocchiale di Inzino, tanto antica, non detiene le testimonianze artistiche dei tempi precedenti alla visita pastorale di San Carlo, che parlino del nostro medioevo, del gotica fiorito, del rinascimento acerbo. Tratto da ANTOLOGIA GARDONESE a cura del Dott. Giovanni Zucca. Gino Zoli Mella Mancini
|